Il critico d’arte Giancarlo Pagliasso ha appena dato alle stampe il suo ultimo libro,  “La retorica dell’arte contemporanea”. Ne parla in questa intervista rilasciata a Sfilate.it

Nel suo libro si ripercorre un momento importante dell’arte contemporanea, un momento di grande cambiamento…
Si, sostanzialmente il libro tratta di quella che, secondo me, è stata la svolta linguistica ed espressiva degli anni 80 rispetto ad un modo di concepire la pratica artistica contrassegnata da elementi di un certo tipo, una svolta coincidente storicamente con quello che è stato chiamato l’avvento del postmoderno e a livello sociopolitico con la caduta del comunismo reale.

In che misura questi due eventi hanno avuto delle conseguenze sul modo di creare arte?  
La fine dell’Urss ha avuto conseguenze importanti, è morta quell’idea dell’arte come emancipazione e come utopia. Questo insieme di concause hanno determinato un nuovo modo di costruire le opere d’arte che è quello che cerco di spiegare nel libro, individuando la matrice storica nella teoria elaborata da due critici americani negli anni 80, i quali inventarono la mostra di gruppo portando avanti un discorso opposto a quello allora in voga con la transavanguardia e il neoespressionismo tedesco che in quel momento  avevano in mano il mercato.

Come si può riassumere questo nuovo modo di concepire l’opera?
Esso si basa su di una rivisitazione del concettuale e su una rivisitazione dell’appropriazione, il tutto miscelato ad una reinterpretazione di Duchamp filtrata attraverso il situazionismo e il post-situazionismo.

Quali sono gli artisti più rappresentativi di questo nuovo corso?
Sono quelli che ancora oggi sono sul mercato, Richard Prince, Ross Bleckcner, Jeff Koons, Peter Halley, Robert Gober, tanto per citarne alcuni. Tutta gente che è emersa negli anni 80.

Lei definisce questa corrente come post neo concettuale…
Si, essa di differenzia dal postmoderno perché offre una declinazione diversa dell’appropriazione

Cosa è venuto dopo?
Dopo gli anni 80 non c’è stato nessun nuovo movimento, se prima la storia dell’arte nella modernità era caratterizzata da un susseguirsi di movimenti che linguisticamente operavano delle fratture rispetto al passato, a partire dagli anni 80 questo discorso si interrompe, si rivisita tutto o in chiave citazionistica o in chiave appropriazionistica.

Questo cosa ha comportato?
Se andiamo a fare un’analisi retorica vediamo che l’opera non è più caratterizzata dai tropi, ma invece è giocata su figure retoriche che sono quelle di forma e di contenuto, Questo vuol dire che non ci sono delle novità evidenti, degli scatti immaginari, ma invece enfatizzazioni del già dato.

Secondo Lei, questa concezione ha avvicinato o allontanato le persone al mondo dell’arte?
Secondo me, l’arte contemporanea è un fatto elitario, riguarda al massimo 3-4 milioni di persone nel mondo, ma non di più. Se volessi fare una battuta un po’ pesante, direi che dell’arte contemporanea non gliene frega niente a nessuno perché è autoreferenziale

Attualmente c’è qualche artista italiano che secondo Lei, merita di essere ricordato?
Ai profani consiglierei Cattelan, costa un po’ caro, ma è sicuro. Poi al di fuori dei grandi circuiti mi vengono in mente artisti oggi un po’ dimenticati, tipo Gilardi, una figura che sta per esser rivalutata, da un lato un teorico, dall’altro un seguace dell’arte come emancipazione.

Secondo Lei quanto di Cattelan brilla dal punto di vista artistico e quanto invece nasce da intuizioni più vicine al marketing?       
Di Cattelan c’è il 100% di arte perché lui è l’artista. Dal punto di vista della retorica non sarei così sicuro che sia come Michelangelo. Nel senso che i suoi accorgimenti retorici sono riscontrabili in tanti ottimi pubblicitari.
Mauro Scarpellini 

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