Una mostra intensa nel cuore di Milano che vede esposti i capolavori di Safet ZEC.
Sessanta dipinti e venti incisioni esposti  sotto le volte della Rotonda di via della Besana.

Il percorso della mostra, curato da Stefano Zuffi, che per la sezione grafica si è valso della collaborazione di Lorenza Salamon, consente di comprendere, attraverso la selezione di ottanta capolavori dipinti e incisi  nell’arco della sua vita, il percorso artistico e umano di un grande testimone del nostro tempo.

La mostra dei dipinti si articola in sette sezioni che conducono il visitatore in un vero e proprio racconto dell’opera dell’artista.

Come molti fra i più celebri artisti della nostra storia Safet Zec non è rimasto
immune dal fascino e dalle possibilità artistiche ed espressive che la calcografia
offre a un maestro, quale lui è.

In particolare Zec si è avvicinato, solo quindicenne, alla tecnica dell’acquaforte, dopo aver visto un’opera di Rembrandt che lo ha profondamente affascinato e colpito; da allora ha sviluppato una conoscenza e una passione che lo hanno portato a esplorare gran parte delle altre tecniche calcografiche: l’acquatinta, la ceramolle, la puntasecca.

Un mondo spesso sconosciuto al grande pubblico che, invece, in questa occasione potrà ammirare e comprendere molto da vicino le ampissime possibilità che queste forme espressive grafiche permettono agli artisti che abbiamo talento e volontà.
Forme d’arte che sono all’origine dell’intera produzione grafica americana moderna, fra cui i più noti fondatori sono stati Winslow Homer ed Edward Hopper.

Le opere esposte di Zec sono di grandissima dimensione (quasi due metri per uno) che possono essere tridimensionalmente drammatiche (tipico dell’acquatinta), o fresche come i disegni (un genere possibile con le ceremolli) o incisive (con le più tradizionali acquaforte e puntasecca).

Zec si definisce semplicemente un “Pitor”, e l’uso del dialetto veneto suona in questo caso come un ulteriore elogio, e come una chiave per intendere la sua arte.

Superato il Canal Grande infatti, si scende col vaporetto a San Zaccaria, sulla sponda del bacino di San Marco. All’inizio bisogna farsi largo fra i turisti abbagliati lungo la Riva degli Schiavoni, ma presto ci si inoltra in calli, e ponti, e campi via via più diradati e silenziosi.

Venezia cambia davanti ai nostri occhi. Zec vive e lavora nella zona che storicamente ha accolto le comunità provenienti dai Balcani: è diventata, davvero, la “sua” città. Zec ha trovato la piena dimensione di artista nel denso perimetro urbano fatto di pietre, di acque, di intonaci, di porte, di barche e di memorie, che si dirama tra la Scuola di San Giorgio degli Schiavoni, il campo che si apre davanti a San Giovani in Bragora, gli spazi intorno al San Francesco della Vigna, poco raggiunti dai turisti e per questo ancora più preziosi.

Affacciandosi alla porta del suo atelier, con un sorriso, Zec indica la facciata di Palladio, e ci ricorda che dentro la grande chiesa rinascimentale c’è un quadro Giovanni Bellini: è una gioia per lui poter vedere da vicino, quasi toccare, quella tavola dipinta mezzo millennio fa.

In ogni opera di Zec, qualunque sia la tecnica e il formato, si avverte la presenza di un sentimento forte: quello della gratitudine. Zec ama e ringrazia gli antichi maestri: in qualche caso, come per Rembrandt, questa riconoscenza si esprime in modo esplicito, diretto; in altri, invece, è una corda più intima e segreta. Come la carezza ideale verso Bellini, come la soddisfazione di vivere sulla stessa isola su cui ci sono i teleri di Carpaccio.

Il percorso umano e artistico di Zec si è sviluppato lungo l’Adriatico: prima sulla sponda dei Balcani, poi i passaggi, anche drammatici, che l’hanno portato a Venezia. Non è solo un tragitto attraverso la geografia, ma anche attraverso la storia: quella delle vicende individuali, lungo i decenni con cui si è chiuso il Novecento e si è aperto il nuovo millennio; e quella di secoli di arte, profondamente amata e intensamente rivissuta, dai capolavori della pittura rinascimentale (impressionanti ed efficacissime sono le riprese, di drammatica attualità, del Cristo morto di Mantegna) fino a una fotografia di Robert Doisneau, muta musa ispiratrice per il poetico e solitario Acuqrellista. Da molto tempo abbiamo la piena consapevolezza del fatto che l’opera d’arte non nasce mai in modo solitario, isolato, asettico: al contrario, vive e cresce in un constante rapporto con altre opere, in un confronto attivo con la storia. Non si può essere davvero innovativi se non si conosce e non si frequenta, con pazienza con passione, l’arte che ci ha preceduto, e che ha fissato regole, archetipi, rimandi.

Seguendo una prassi diffusa nelle botteghe degli antichi maestri, su una parete dell’atelier Zec ha appeso un foglio con una frase programmatica: “chi lavora con le mani, con la testa e con il cuore è un artista”. Sono parole di Francesco d’Assisi, proprio il santo a cui è dedicata la chiesa accanto alla quale si trova l’atelier. Nella piena condivisione della pittura come un mestiere che è tanto più nobile quanto più conosce la propria storia, Zec partecipa con intensità al tempo presente, sentendo sulla punta del pennello la serenità e la responsabilità di una dimensione “classica”, un respiro potente che coinvolge immediatamente chi osserva le sue opere. Del tutto pertinente è stato dunque il sottotitolo della mostra monografica che ha preceduto quella che ora stiamo presentando, e svoltasi al Museo Correr di Venezia. Si parlava della “forza” della pittura, ed è appunto la prima e fondamentale impressione che comunicano i dipinti di Zec. Questa forza a volte si esprime in modo diretto, terribile, ma non meno significativi sono i quadri apparentemente più semplici, basati sulla osservazione di un semplice frammento della vita di tutti i giorni; o anche le piccole tele e le incisioni in cui compare uno specchio. Zec sembra volerci invitare a guardare “dentro” le cose.

La sua arte si basa su una capacità affettuosa ed empatica di “adesione” alla realtà delle persone e (forse soprattutto) delle cose, nelle composizioni più articolate o anche nella essenzialità silenziosa di un singolo oggetto. In disegni, incisioni e tele, dallo schizzo veloce lasciato su un album fino a formati decisamente monumentali e a composizioni molto elaborate, l’artista affronta i temi del quotidiano, di un “paesaggio domestico” fatto di persone, cose, edifici che vediamo e tocchiamo tutti i giorni, e che sono diventati, forse anche inconsapevolmente, parte integrante del nostro vissuto. Una vecchia porta scrostata, un barattolo di colori, un pezzo di pane, un cuscino sprimacciato, una sedia impagliata… Zec ha la sensibilità di fissare con infallibile chiarezza queste immagini, staccandole dal flusso del tempo e proporne la verità, l’essenza, e anche –perché no?- la poesia e la dolcezza.

La pittura di Zec, prodotto finale di un complesso e ricco processo creativo, esprime prima di tutto la nobile, umanissima ricerca di una identità: il desiderio di arrivare all’essenza, alla verità. Più di una volta, nel corso della sua esistenza, Zec ha dovuto porsi domande e compiere scelte molto profonde, talvolta angoscianti, sul proprio destino di uomo e di artista.

I temi della pittura di Zec si aprono su un ventaglio di situazioni in cui si alternano visioni ravvicina e scene urbane dilatate. Interno ed esterno: nature morte osservate “en ralenti” (la presenza di ritagli di giornale applicati sul fondo spinge irresistibilmente a guardare da vicino, a decifrare titoli e argomenti) e suggestive facciate, di dimensioni colossali.

Safet Zec:
Dal 24 maggio al 15 luglio 2012
Rotonda di Via della Besana
Milano, Via Enrico Besana, 12

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