Viaggio in uno stile…“…Il lessico estetico è una sorta di alfabeto che si evolve nel tempo, assimila nuovi contenuti, restando però fedele a se stesso…”
Lo stile di Gianfranco Ferré ha segni forti e inconfondibili che però si rivelano anche incredibilmente duttili. Si prestano ad essere fatti propri e proiettati al futuro da sensibilità differenti, seppur affini. Sensibilità che li hanno visto nascere e crescere. E li hanno condivisi, nella ricerca di un’espressione che unisca emozioni intense alla perfezione della linea.

“Che senso può avere il déjà vu? La moda pensa e vive in progress. In questo ha la sua fondamentale ragione d’essere…”
Nella collezione Donna per l’Autunno/Inverno 2008/2009 i codici di Gianfranco Ferré diventano oggetto di un’esplorazione, di un’analisi accurata e rispettosa. Ma anche di una volontà di sperimentazione, coraggiosa e libera. Sono i punti di riferimento di un viaggio che, compiuto attraverso lo sguardo altrui, consente di raggiungere mete inaspettate. Perché nel mondo “à la Ferré” c’è sempre un atteggiamento sperimentale.

“Gli abiti sono architetture tessili concepite per il corpo e sul corpo. E solo il corpo può dare loro vita…”
Dal quadrato al triangolo, dal cerchio al rettangolo: riportate al corpo, le più elementari forme geometriche perdono ogni rigidità ed acquistano scioltezza. Declinate in materiali differenti, producono rese e cadute diverse. Si prestano a veri e propri, calcolatissimi, stravolgimenti. Così, l’interno diventa esterno e gli interventi di costruzione acquistano piena evidenza. Il davanti diventa dietro e, a sorpresa, i revers si scostano e si aprono sulla schiena. Gli abiti e i cappotti scendono diritti, ma bastano due pinces in vita, più che discrete, per dotarli di una grazia femminilissima. Oppure cadono ad astuccio sul davanti per scomporsi dietro in lievi ondulazioni. La stessa logica di contrapposizione disegna le gonne con la baschina e i fianchi quasi strizzati, dai quali si aprono  pieghe più che generose che oscillano al passo. Se è vero che contano le regole, è ancora più vero che non si può fare a meno delle eccezioni. I capi spalla hanno una configurazione a scatola, o sono invece arrotondati, a uovo. Il blouson è strutturato come un trench che ha rinunciato alla sua lunghezza naturale. Il gilet tagliato al vivo ha l’ampiezza di una cappa che ha perduto le maniche. Se nella puntualizzazione della silhouette si volesse individuare un piccolo-grande elemento di continuità, non potrebbe essere che l’obi. O almeno, le mille variazioni di cui diventa protagonista: regolarmente stretto in vita, spostato dietro, alzato sotto il seno, addirittura ridotto a colletto che chiude giacche e camicie.

“La materia è l’anima nobile e necessaria dell’abito. Ed è l’orizzonte in cui è naturale cedere alle tentazioni alchemiche…”
Opzioni consolidate e quasi dovute convivono in armonia con l’inventiva allo stato puro. La lana double è davvero una presenza indispensabile, calda e morbida, pura e nobile, accanto all’organza, al satin, al gazaar – lavato e non –  che,  usato doppio, riesce a costruire un impeccabile tuxedo invernale. Per strutturare il caban si ricorre alla stuoia di lana resa lucente dalla spalmatura e ricamata a filo tono su tono. Il coccodrillo è una presenza immancabile, eppure sempre nuova. Reso opaco e ammorbidito, disegna l’abito a tubo e il tailleur con la giacca conformata a kimono. Sminuzzato a scaglie, applicato sul double insieme agli jais, riproduce la corazza del samurai – che  riluce anche nella versione in anguilla – simbolo dell’incontro tra Oriente e Occidente, poli estremi di un paesaggio ideale.  Nel cappotto, la nappa è tagliata a liste sottilissime che cadono rilassate. Nel blazer – ma  anche nella borsa – è spruzzata di pietre dure incastonate. Il pizzo del minuscolo bolero è gommato e sostenuto. Il cachemire più pregiato è lavorato grosso nei pullover e negli abiti cortissimi costruiti come camicie, che lasciano guizzare le gambe, profilati da coste che sembrano macro-impunture. Le diverse qualità di pelliccia – visone, volpe, breitschwanz – sono sempre mescolate tra loro e, nelle diverse parti del capo, alternano pelo rasato e fluente.

“Il colore è iscritto nel codice genetico dell’abito. Per questo deve potere esprimere solidità e rigore. Oppure, all’opposto, slancio e incanto…”
Per rappresentare la densità necessaria alla stagione fredda occorrono il nero, il blu profondo, il grigio scuro, il verde intenso, rischiarati dalle sfumature smorzate del mastice. Per illuminare l’inverno di passione servono invece il rosso, il fucsia, il viola. Le fantasie delle textures maschili si stemperano sino a diventare indistinte e richiamano le trame mélange. All’opposto, il rigore delle gessature è reinventato da teorie verticali di paillettes e cabochon.  Non possono non catturare l’attenzione i pois esagerati che raggiungono un diametro di 80 centimetri, stampati sugli abiti-chemisier in gazaar lavato, in color mastice sul bianco, in blu sul nero, in fucsia sul rosso.

“Di  sera tutto diventa davvero magico,  incantato, lieve, sognante,  un po’ altero…”
Raso e mousseline, organza e velluto cadono ieratici in lembi di forma elementare e per questo sublimi. Gli abiti si allungano appena in un accenno di strascico, fluttuano nei drappeggi, con il movimento rivelano inserti a pieghe piatte, ad accordeon. I ricami di pietre dure e di cristalli, risplendono sui corpetti lungo l’orlo superiore, ma più spesso si nascondono all’interno degli spacchi e degli scolli e si colgono appena. La garza di seta, totalmente  priva di peso, inventa un peplo plissettato fitto che verso terra si gonfia a nuvola e pare prendere il volo.

“L’accessorio è uno strumento per l’interpretazione dell’abito, per una lettura soggettiva del capo…”
Coccodrillo ed anguilla costruiscono borse ultramorbide da portare quasi accartocciate nella mano, vero emblema di nonchalance. Le pochette hanno manici-gioiello stupefacenti, a noccoliera,  sormontate da scaglie di rubino, di ametista, di pirite, di agata, di legno laccato. Sono di coccodrillo anche i guanti lunghissimi, che salgono ben oltre il gomito e le calzature – chiuse quasi a polacchino o aperte a sandalo – che svettano sui tacchi alti ma solidi.
Infine…
“La blusa candida sa essere leggera e fluttuante, impeccabile e severa, sontuosa ed avvolgente, aderente e strizzata. Può essere enfatizzata in alcune sue parti, ridotta e privata di alcune sue parti. Svetta  ad incorniciare il viso. Scolpisce il corpo per trasformarsi in una seconda pelle. Letta con glamour e poesia, con libertà e slancio, la compassata camicia bianca si rivela dotata di mille identità…”
Tutte le citazioni sono tratte da interventi ed interviste di Gianfranco Ferré

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