Austera e spettacolare: la donna “Blade Runner”.

Un’intenzione dominante di austerità richiama atmosfere futuribili alla “Blade Runner”, creando al contempo uno scenario di linee e costruzioni importanti, spesso enfatizzate, come  vere e proprie architetture per il corpo.

Mentre il lessico del vestire è più che essenziale –  giacca e pantalone; blusa e gonna; abito e nient’altro –  le strutture rivelano interventi attenti, che non di rado mirano ad una spettacolarità scultorea. Un autentico filo conduttore è offerto dalle spalline a pagoda, che segnano blazer e spencer, abiti e cappotti, bluse e maglie. Ma le spalline restano anche quando mancano le maniche, oppure si posizionano sui fianchi, ridefinendo la silhouette. I volumi acquistano ridondanza grazie alle stecche da crinolina che staccano la baschina della giacca dal corpo, gonfiano a jambon la manica – soltanto una – della camicia, costruiscono corpetti cortissimi ma possenti quasi come corazze. Gonne e pantaloni si muovono: le prime si increspano in alto grazie a nodi e drappeggi per arrivare poi diritte e precise al ginocchio; i secondi sono strutturati a petalo con i lembi posteriori riportati davanti a creare ampiezza. 

Il lessico materico parla invece di alchimie e di commistioni. Le lane nelle più classiche  disegnature maschili – dal gessato al Principe di Galles – si prestano alle costruzioni più ardite, alle plissettature a scaglie fissate a caldo. Il gessato ritorna riprodotto a trompe-l’oeil dal velluto e dal lurex. Il feltro è tagliato al vivo, esattamente come il tulle delle bluse più leggere, arricchite intorno alla scollatura da un “piumaggio” in lana tempestato di jais. Il panno è laserato e plissettato, così come il fresco di lana, che crea un effetto intreccio riprodotto nella lavorazione delle maglie. La seta intessuta di fili metallici è mossa a craquelé. L’astrakan si presta a disegnare inserti e profili, ma anche gonne “total fur”. Il mix materico raggiunge l’apice negli abiti in cui si sommano velluto, cadì, georgette, tracciando una sorta di anatomia del corpo. 

E’ severa ed essenziale – e dunque tanto più sofisticata – anche la scansione cromatica che comprende solo poche, assolute tonalità – nero, blu notte, grigio, cammello – spezzate unicamente da sprazzi di bordeaux e da bagliori argentei, frutto di una preziosità da futuro prossimo venturo: le sottili lamine lucenti che, frammiste agli jais ed alle canutiglie, rivestono i capi, ne segnano i profili, creano inserti e decori, disegnano spalline paiono di metallo ma sono in realtà di plastica, derivata dal riciclaggio delle bottiglie.

La duplice anima della collezione – austera e spettacolare – si ritrova negli accessori. Ai caschi guerrieri rivestiti di lamine lucenti si alternano cappelli a cloche sormontati da rose ingigantite e scultoree, in feltro e velluto, sostenute dal filo di ferro. Le cinture – in velluto, lucertola o elastico – sono dei semplici nastri, ma si portano sempre in doppio, uguali per colore, diverse per materia ed altezza.

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