“Che cosa è la moda? Quintessenza dell’effimero o profumo di eternità? Certamente è un segno ineliminabile della storia, marcatore dell’appartenenza sociale, foriero di modernità, costante esercizio sul futuro prossimo” riflette Laura Biagiotti.
La sfilata di Laura Biagiotti è una serie di esperimenti che si riconducono però ad un’iconografia collaudata in 40 anni di carriera, dedicata alla ricerca di essenzialità stilistica che non disdegna accenni folk, note di costume, accenti di colori lampanti nel mare del suo bianco dalle mille sfumature.

Che questa volta si ritrova in scena con il nero, fondendosi anche in tonalità melange di grigio, come in una polaroid d’antan.

In primo piano la maglia, già perchè un tempo la maglieria era considerata figlia di un Dio minore. Laura Biagiotti, definita dal New York Times la “Regina del cashmere”, ha portato l’abito di maglia a un livello successivo, con capi ora leggerissimi e impalpabili come lussuose ragnatele, ora voluminosi con trecce tridimensionali, nervature e coste possenti che simulano le scanalature di una colonna. La treccia, cifra distintiva del marchio, è tema dominante, espresso con modalità nuove: scolpisce la silhouette dell’abito, si arrampica sinuosa nella cappa, si impreziosisce con decori dai riflessi lunari, diventa essa stessa ricamo 3D. Il cashmere è anche l’anima regale della giacca di pelle che, con interventi laser, si fonde al tricot e ne assorbe le trecce, trasformando il chiodo da bad girl in giubbotto neo-romantico.

E poi il pizzo…L’aura seducente del macramè si trasforma in incanto sartoriale con composizioni su tessuti differenti incastrati e sovrapposti. Il pizzo di pelle viene applicato su fantasie maschili come il principe di Galles e il pied de poule, o intarsiato nel toulle con un intrigante effetto tattoo. La tecnica dell’agugliatura, che fonde due materiali senza cuciture, inserisce profili di pizzo nel tubino e nella giacca.  La collana di pizzo con i cristalli è il dettaglio più accattivante.

Senza dimenticare il nuovo Tartan, un patch-work di clan, ricavati da preziosi scialli ottocenteschi, viene stampato su satin, chiffon e panno. Il tartan viene  reinterpretato con un aspetto vagamente used, per capi quotidiani e per irresistibili abiti da sera con pettorine ricamate, bustier gioiello, gonne plissettate, e tute con lo scollo a V. Motivi scozzesi si intrecciano nella maglia jacquard di giacche, cappe e plaid avvolgenti.

Non mancano lavorazioni sartoriali e tanti accessori dove la palette dell’inverno si stende su un fondo bianco/nero/antracite, cui si aggiungono tocchi burgundy, ottanio, ocra, insieme a pennellate di oro e argento. Le borse sono obbligatoriamente di maglia, lavorata ad uncinetto e rifinita con catene, da indossare in twin set con l’abito. Come gli occhiali, che riproducono sull’asta la stampa tartan della collezione. Anfibi scozzesi definiscono un nuovo folk metropolitano, mentre le pantofole di pizzo sono cifra della seduzione, insieme al sandalo d’inverno.

Le calze sono uno dei must della stagione, nella versione tricot lavorata a mano e pesantissima, e anche in quella velata impreziosita da un intreccio tono su tono.

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