Valeria Golino esordisce in grande stile nel suo nuovo ruolo di regista, con una storia costruita su temi delicati che faranno discutere.

Questa sera Valeria Golino ha raccontato a “che tempo che fa” di Fabio Fazio il suo lavoro di regista per questo primo film, Miele, uscito nelle sale cinematografiche il primo di maggio e già tanto atteso al Festival di Cannes 2013, dove sarà presto presentato in gara nella sezione Certain Regard e nella Caméra d’or, riservata agli esordienti.

La storia è quella di Irene, una trentenne che, a pagamento e illegalmente, si occupa di procurare il suicidio assistito ai malati terminali che richiedono il suo intervento. E il suo soprannome, per l’appunto quello di “Miele”, le deriva proprio dall’attività clandestina e controversa che conduce per lavoro, portando il sollievo della dolce morte ai pazienti.

La vita di Irene, interpretata dalla bravissima Jasmine Trinca, scorre nell’alternarsi delle ombre del suo lavoro a stretto contatto con il dolore e la malattia, e delle luci che invece caratterizzano il dinamismo del resto della sua esistenza. Finché un giorno non si imbatterà in un uomo, l’anziano ingegnere Carlo Grimaldi, che le chiederà di aiutarlo a morire pur non essendo in fin di vita.

La storia, intensa e aggraziata nonostante si svolga in bilico su tematiche scomode come la morte e l’eutanasia, è tratta liberamente dal romanzo “A nome tuo” di Mauro Covavich. Problematiche forti per un esordio, ma Valeria Golino fa una scelta coraggiosa e riesce a delineare le complessità della trama con stupefacente equilibrio. I delicati interrogativi sulla morte assistita non trovano volutamente una risposta definitiva, e quello che emerge su tutto è il carisma di una figura femminile dall’interiorità ricca, tesa tra il dolore che affronta nel corso del suo controverso lavoro e il forte richiamo della sua vita, scossa da continue storie occasionali e da difficili relazioni sentimentali.

Il risultato è un film crudo, in cui nulla è un superfluo esercizio di stile. La ricerca dell’abbellimento fine a se stesso è un limite frequente nelle prime prove di regia, ma la Golino non cade nell’errore dell’autocompiacimento, regalando al suo pubblico un film forte e misurato.

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