Ricca di spunti la sfilata di Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci dal 2015 e per il Time l’italiano più influente al mondo: del defilé della nota maison si parlerà ancora per un po’. Del resto l’obiettivo del brand era stupire e, anche stavolta, è stato raggiunto. A cominciare dall’invito alla sfilata: un dispositivo elettronico chiuso in una busta di plastica che indicava il conto alla rovescia fino all’inizio dello spettacolo. Quale modo migliore di alimentare le aspettative già altissime?

“Avviso ai genitori, contenuto esplicito”, si leggeva sull’invito. Un annuncio sensato, col senno di poi, visto che la passerella di Gucci è stata un trionfo di teste mozzare, serpenti, camaleonti e cuccioli di drago. Location della sfilata: una finta sala operatoria con lettini e lampade scialitiche, sedie di plastica da sala d’attesa, pareti dalle tonalità verde ospedaliero e, in sottofondo, lo Stabat Mater mescolato ai bip dei macchinari.

Poco importa il messaggio segreto celato dalla forte scenografia, forse una metafora del “mestiere dello stilista che taglia, cuce e ricostruisce materiali e tessuti per creare una nuova personalità e identità”. A parlare davvero per Gucci, anche stavolta, sono stati i suoi vestiti dai quali è emerso tutto lo stile di Michele che si diverte a mescolare e accostare in modo eccentrico linee, disegni, accessori e tessuti di epoche e paesi diversi.

In scena giacche oversize, camicie dritte, pantaloni dal taglio a sigaretta, gioielli importanti e accessori imponenti. Ancora: tailleur, mantelle avvolgenti, calze colorate e abiti e bluse dal sapore barocco che si accompagnano a ispirazioni e suggestioni di universi estetici diversi.

La collezione non ha una coerenza precisa e definita a priori ma è un mix di spunti e influenze che confluiscono in look variegati e dettagli contrastanti. Il risultato è un continuum spazio temporale che ormai è la ricetta segreta del successo del brand.

Di Sonia Russo

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