Max Bertolani, dal Football americano all’isola dei Famosi.
Storia del popolare sportivo che a Milano insegna a capire ed amare la palla ovale.

Mi sono interessato al football americano guardando, molto tempo fa su Canale 5, una telecronaca fatta da Mike Bongiorno e da Guido Bagatta.
Mi affascinò questo sport così particolare, con queste regole strane e l’abbigliamento che trasformava i giocatori quasi in guerrieri.
All’inizio non lo capivo come sport, anche perché la nostra tradizione ha sempre considerato maggiormente il calcio”.

Così Max Bertolani ci parla della sua iniziale curiosità per il football. Lo abbiamo incontrato a Milano, dopo un allenamento all’A.S.D. Football Academy, la prima scuola di Football Americano italiana che ha sede a Gaggiano, nell’hinterland Milanese.
Qui insegna questo sport così particolare a tanti giovani allievi.

Allora mi viene spontaneo chiedergli: Quali sono stati i suoi inizi?
“Mentre passeggiavo per le strade di Milano, passai in Via Santa Cecilia e mi accorsi che esisteva un piccolo negozio che vendeva ed esponeva tantissime divise di football. Come dicevo, mi avevano molto colpito queste armature e soprattutto il gioco, ricco di fisicità. Entrando in quel negozio, sponsorizzato da Giorgio Armani, iniziai a parlare con tre dirigenti di tre squadre milanesi di football che casualmente si trovavano lì:  i Seamen, i Rhinos e i Frogs.

All’epoca ero una promessa del rugby (evidentemente ho sempre avuto una simpatia per la palla ovale), ed  ho iniziato a parlare con loro, erano tutti e tre interessati a me. Nel dubbio su quale strada prendere, ho scelto per simpatia. C’era infatti un giocatore dei Rhinos Milano, Marco Del Conte, con lui si è creata subito empatia e allora scelsi di iniziare la mia carriera sportiva proprio nei Rhinos,  ed è stato il punto di partenza per il raggiungimento di mille soddisfazioni. Una squadra creata proprio dal padre del football americano in Italia: Giovanni Colombo” (al quale è intitolato il trofeo del vincitore del Superbowl Italiano, lo scudetto del football, denominato “Gionni Colombo Trophy” ndr).

Ha un ricordo particolarmente bello degli anni trascorsi in campo?
“Tutti bellissimi. Ho passato quasi trent’anni in campo, ogni partita è stata una gioia continua. Ho trovato in questo sport tanti fratelli, una vera famiglia, degli allenatori che mi hanno forgiato, mi hanno donato tantissimo, compagni di squadra con cui sono ancora in contatto e con alcuni siamo dentro il progetto della Football Academy, la scuola che ha come obiettivo quello di preparare nuovi giocatori. Siamo ancora tutti uniti grazie a questo sport meraviglioso”.

Nel 1995 ha giocato nella Nazionale Italiana, cosa si prova a rappresentare il proprio paese?
“Ho indossato la maglia della Nazionale nel ’93 e nel ’95. Sono state due edizioni di Campionati Europei fantastiche, meravigliose. Poter rappresentare il proprio paese credo sia il sogno di ogni atleta, quando senti l’inno ti vengono i brividi e le lacrime. Ora che ne sto parlando, mi sta venendo la pelle d’oca. E’ qualcosa di unico, in quel momento tu sei l’Italia. Con tanto lavoro e sacrifici sono stato uno dei pochi fortunati a vivere questa esperienza. Grazie alle mie iniziative umanitarie, ho ricevuto anche la carica di capitano ad honorem. Proprio ieri sono sceso in campo per aiutare un centro sportivo a comprare un defibrillatore. Sono andato a Sanremo a giocare con la Football Academy per una partita di formazione con un fine umanitario a favore dei bambini affetti di SLA”.

La Football Academy ricorre sempre in ogni suo racconto, ci può parlare meglio di questa scuola?
L’Academy è il mio orgoglio. La scuola è nata dalla mia passione per questo sport, ed è stata pensata per i giovani che devono distinguersi sia in campo che fuori. E’ anche una scuola di valori.  È una missione mia e del mio staff tecnico, il nostro scopo è trasformare in  uomini tanti ragazzini che vengono da noi, vogliamo tenerli lontani dai pericoli della strada e dal rincitrullimento mediatico. I ragazzi hanno un po’ perso il contatto con la realtà, il fascino di sbucciarsi le ginocchia, sudare, faticare per un obiettivo, perché ormai anche quando stanno insieme chattano, non comunicano normalmente. Stanno le ore davanti al computer a rovinarsi gli occhi, anziché vivere l’emozione di uno sport sano”.

Se non sbaglio potete contare su una prestigiosa collaborazione proprio con i Rhinos Milano ?
“Sì, stiamo collaborando con i Rhinos per dare l’opportunità ai ragazzi più talentuosi dell’Academy di entrare nell’elite del football americano in Italia. I Rhinos sono stati l’unica squadra che ha creduto in questo progetto, è un po’ come Coverciano per il calcio, è aperta a tutte le squadre.
È una squadra amatoriale che si sottopone a tre duri allenamenti settimanali e a delle partite amichevoli. Lo stemma della squadra è un cuore tricolore perché tutto ciò che ho fatto, l’ho fatto col cuore, l’amore, la passione e la grinta. È un progetto che sta crescendo”.

La Federazione vi sta sostenendo?
“Purtroppo no, non mi ha mai supportato in questa mia iniziativa e spesso fa orecchie da mercante, ma io non mi preoccupo e vado avanti per la mia strada. Ciò che conta sono i fatti e continuerò con o senza il consenso della Federazione”.

Anche la sua carriera televisiva è ricca di esperienze, cosa l’ha spinta al passaggio dal campo al palcoscenico?
Negli anni ’90 si credeva che lo sportivo fosse tutto muscoli e niente cervello. E io ho detto, voglio provare a dimostrare che un atleta può essere una persona polivalente, potendo fare tante cose nel mondo dello spettacolo. Naturalmente ho fatto questi ragionamenti seguendo le regole dello sport, giocando duramente ma in modo corretto, e qui mi sono sbagliato alla grande, perché il mondo dello spettacolo non è molto sportivo. Però non mi sono buttato giù e sono andato avanti (un po’ più lentamente) fino alla consacrazione come personaggio pubblico all’Isola dei Famosi, che è stata un’avventura bellissima che volevo vivere. Ho portato a termine i miei obiettivi arrivando tra i finalisti ed è stato un mio personale successo”.

Ha condotto anche un programma che si occupava di moda, Modeland su All Music, segue un determinato stile quando si veste, o mette quello che capita?
Amo Giorgio Armani, i suoi capi sono immortali, degli highlander. Armani veste l’uomo, con la sua fisicità, le sue masse muscolari. Sono dei capi belli, maschi, a differenza di quelli disegnati da molti altri stilisti, non adatti al mio corpo. Per me è il numero uno”.

Entriamo un po’ nella sua vita privata…
“Vivo da otto anni con la mia compagna, Roberta Antignozzi, che a breve sposerò, anche se è una pura formalità, poiché per me è già mia moglie. Anche lei è una sportiva, una calciatrice, ci capiamo anche senza parlare. Ho vissuto con lei momenti difficili, però con l’amore abbiamo superato tutto. Ora andiamo a cento all’ora, sempre in sintonia. Sono fortunato perché è una grandissima donna, lei mi dona il carburante per superare tutto: è fondamentale”.

di Raffaella Ponzo

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