I tempi chiedono sobrietà. Manuela Arcari l’ha nel DNA da sempre. La ripropone con convinzione, senza esitazioni. Per trovare ispirazione non ha bisogno di guardarsi in giro: le basta la sua storia, tessuta di coerenza e di visioni  personali. E, poiché il futuro è tramato di passato, ripercorre i suoi anni novanta, lanciando qualche occhiata agli ottanta.
Punta sulla costruzione dei capi: non geometrie, ma volumi, per dare un’idea di solidità e di moderna eleganza. Più che tagliare, scolpisce forme che paiono rubate all’arte costruttivista. I tessuti sono corposi, consistenti, rigidi, quasi maschili nella loro severità.  Anche i rasi sono opachi, come le materie patinate dal tempo.
La silhouette pare lavorata di scalpello: si allarga in alto, dando risalto al busto; si stringe in basso in gonne brevi e in pantaloni di jersey, indossati sovente con ghette.  Nelle gonne a pieghe e a ruota e nell’accentuazione del busto si coglie un vago riferimento agli anni ottanta. Nessun ammiccamento, però. Sempre e comunque un piglio moderno e portabile. “La moda” – dichiara Manuela Arcari – “ deve diventare più umana. Deve essere creatività da portare addosso” Pochi i colori: dei classici, molto nero, poi grigio, cammello, panna e qualche bagliore di rosso. Anche la decorazione è basata sulle volumetrie: dischi, cilindri, cubi e squame. Sotto le camicie bianche di taglio maschile occhieggiano frange di paillettes opache. Un tocco di civetteria è dato da abiti corti, un po’ anni sessanta. La regia della sfilata, illuminata da luce diurna, con passaggi di modelle vicino alle grandi finestre dello showroom, suggerisce i fotogrammi di un film in bianco e nero, d’impronta neorealista, e sottolinea il realismo di una moda per l’inverno che vuole essere, nei pesi e negli spessori, per davvero da inverno. Una moda che, senza perdere di vista l’originalità, non vuole fingere, ma cerca la sincerità nei materiali e nelle forme.

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