Il grande pubblico lo ha conosciuto grazie alla soap “Vivere” nel ruolo del burbero commissario Vincenzo Leoni, in questi anni ha confermato la sua polarità con varie fiction, ultima, in ordine cronologico, “Distretto di Polizia” con Claudia Pandolfi, ma Edoardo Siravo viene da una lunga e nobile tradizione teatrale.

E’ stato complicato coniugare l’esperienza teatrale e quella televisiva?
«Non ho mai abbandonato il teatro nonostante l’esperienza televisiva della soap, che ha molto più a che fare con la drammaturgia di quanto ne abbia, per esempio, la fiction. Per anni ho fatto una vita abbastanza complicata cercando di associare le due esperienze. L’una ha influito sull’altra e viceversa, e ho portato il mio essere attore di teatro in televisione e la popolarità che mi aveva dato “Vivere” l’ho usata per fare il teatro».

La televisione è un mezzo potentissimo per arrivare a tutti, ma lei ha cominciato con grandi attori e registi. Crede che per un attore, questo “mezzo freddo”, come lo definiva McLuhan, alla fine riesca a dare o a togliere?
«Ovviamente ritengo che il teatro abbia una valenza superiore rispetto alla televisione ed anche agli altri mezzi espressivi mediatici. Detto questo, ognuna di queste esperienze ti deve arricchire valutando che il mestiere è comunque sempre uno e che l’attore deve mettere al servizio delle proprie esperienze la sua tecnica e la sua buona fede artigianale».

Perché ha deciso di fare l’attore e quali sono stati i tuoi esordi?
«Il motivo per cui ho di deciso di fare l’attore è abbastanza misterioso. Con gli anni ho pensato che tutto nasca dal desiderio di vincere una profonda timidezza attraverso l’espressione di un altro diverso da se stessi. Il “personaggio” ti consentiva di dire o fare quelle cose impedite dalla timidezza. Gli esordi sono stati quelli di un ragazzo che tra la parrocchia e le esperienze comuni amicali, ha scoperto di avere in se questa voglia e un certo tipo di attitudine. Dopo di che, le prime esperienze teatrali professionali fino all’accademia di arte drammatica “Silvio d’Amico” e da lì poi la professione».

Che effetto le ha fatto passare dal suo lavoro per un elitè di intenditori al grande pubblico?
«La sbornia della popolarità effettivamente esiste con i suoi lati positivi e negativi. Al di là del narcisistico compiacimento, la popolarità può essere riutilizzata in teatro oppure per fare le ospitate in discoteca: è lì la differenza, una questione di scelte che si fanno nella vita professionale; è ovvio che in tutto questo la mia storia teatrale, che dovrebbe essere comune a tutti gli attori, ha avuto un’influenza precisa nell’affrontare poi questa notorietà, fermo restando che c’è una profonda differenza fra l’essere famoso e l’essere noto. Si può essere noti anche per aver fatto una rapina».

Ha lavorato con dei “mostri sacri”, ci puoi raccontare qualche aneddoto?
«Ho lavorato con dei “grandissimi” e questa è stata un’esperienza per me straordinaria. Di tutti potrei raccontare qualche episodio che ne definirebbe il carattere e la straordinarietà della loro natura. Sono stati dei grandi non solo per le loro capacità, ma anche per le loro qualità e per i loro difetti umani. Fra i tanti aneddoti forse merita uno che avvenne con Randone quando, subito dopo la prima di un “Edipo Re” in cui lui era stato uno straordinario Tiresia, lo andai a ringraziare in camerino per le sensazioni che mi aveva dato in palcoscenico avendo avuto l’onore di scambiare delle battute con lui. Dopo vari ringraziamenti e complimenti, non sapendo più che cosa dire, mi congedai dicendogli “commendatore, ci vediamo domani”. La sua risposta fulminante fu: “A perché lei torna pure domani?”».

Nel 2008 c’è stata una sua “parentesi” politica. Aderisce alla nuova formazione fondata da Umberto Calabrese e si candida alla Presidenza della Provincia di Roma. E’ giusto definirla “parentesi”, oppure si muove ancora in tale formazione mescolando “poetiche e politiche” come scrivevano Marcus e Clifford?
«Sono stato sempre molto interessato e attratto dalla politica, anche per motivi familiari (mio padre faceva politica sindacale) e la politica-poetica, come la definiscono Marcuse e Clifford, è sicuramente un pensiero e una fantasia intrigante un po’ fuori moda in questo periodo, però forse è vero: quello che mi interessa in questo momento è dare un tocco di politica alla poesia, ma soprattutto il contrario: dare molta poesia alla politica. Utopia?».

E’ stato la voce di numerosi attori come Depardieu e Irons, considera il doppiaggio come un arricchimento professionale al lavoro di attore?
«Assolutamente sì. Il doppiaggio è per un attore di teatro un grande arricchimento professionale come ovviamente potrebbe esserlo il musical o un film d’autore. L’esperienza del doppiaggio ti consente di portare sul palcoscenico una maggiore naturalezza dovuta anche al fatto che molti attori stranieri di cinema fanno della verità un loro cavallo di battaglia, senza dimenticare però che al contrario di noi, gli attori che possiamo ammirare nelle produzioni anglosassoni, francesi o tedesche sono tutti di estrazione assolutamente teatrale, e che quindi gli si può fare anche un torto a doppiarli con la scarsa espressività di un doppiatore puro, pur dotato di grande tecnica».

Ha curato alcune regie importanti nel mondo della lirica, dove va la sua preferenza tra il lavoro di regista e quello di attore?
«Va sicuramente al lavoro di attore, per motivi culturali e caratteriali. Penso che nel teatro di prosa l’impegno di un regista sia totalizzante e costringa ad un impegno enorme di studio e di presenza. Caratterialmente non credo di avere queste qualità, ma di essere più portato verso quelle attitudine proprie di un attore. Un discorso differente si può fare per quel che riguarda la regia della lirica o del cinema. Il lavoro parcellizzato tipico di questi due settori consente una divisione di responsabilità che facilitano il lavoro del regista e infatti in questo senso non ho avuto problemi ad affrontare questo tipo di esperienza e spero di farne ancora».

Negli ultimi dieci anni c’è stato un connubio artistico molto forte con Vanessa Gravina. Pensa che lavorare spesso con la stessa attrice rafforzi l’intesa sul palco e di conseguenza i personaggi interpretati?
«Assolutamente sì. Il lavorare insieme non solo è positivo, ma alla lunga estremamente propositivo. Mantenendo pur sempre la nostra autonomia lavorativa, abbiamo creato un rapporto di intesa in palcoscenico non solo tra noi due, ma anche con il pubblico, e questo è sicuramente un elemento professionalmente vincente. Ci fermeremo ovviamente quando saremo arrivati ad un esaurimento espressivo ed artistico».

Guardando indietro nella sua vita, se non avesse fatto l’attore le sarebbe piaciuto essere …
«Archeologo. avere a che fare con i morti a volte è meglio di avere a che fare con i vivi».

Quali sono i suoi nuovi progetti?
«Riprendere nella stagione invernale la “Bisbetica Domata” insieme a Vanessa, che è sempre un grande successo».

Come le piacerebbe concludere?
«Terminare quest’intervista, vuol dire ricordare che tanti anni fa, era forse anche giusto retoricamente pensare, che fosse uno dei mestieri più belli al mondo. Nonostante le traversie e il disinteresse sociale nei confronti della cultura, combatto ancora perché in futuro lo sia. Questo è un mio dovere, ma forse, a questo punto, anche un diritto. E allora vorrei concludere ricordando come Gaber vedeva e immaginava il teatro: un luogo libero».

di Raffaella Ponzo

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