I PAESI DEI BRIC, NUOVO MIRACOLO ECONOMICO…
L’avanzata dei paesi emergenti si riflette nella quota crescente dei BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) sulla produzione mondiale. La Cina ha quasi raddoppiato la sua quota nell’ultimo decennio superando i paesi europei ad eccezione della Germania. In virtù di ritmi di espansione superiori al 5% nell’ultimo quinquennio i paesi emergenti e quelli in via di sviluppo hanno contato complessivamente per circa i due terzi della crescita globale e la sola Cina ha contribuito ad un quarto della dinamica internazionale. In particolare il contributo complessivo dei BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) alla crescita del PIL mondiale ha superato, da ormai tre anni, quello delle economie mature risultando lo scorso anno di poco inferiore al 43%.
I paesi emergenti rappresentano, ormai, circa un terzo degli scambi mondiali, ma è soprattutto la Cina a contare sui flussi internazionali di merci essendo diventata il secondo esportatore mondiale dopo la Germania, con una quota di poco inferiore al 9% sulle esportazioni a prezzi correnti. All’ascesa della Cina hanno indubbiamente contribuito i processi di delocalizzazione e di outsourcing internazionale dei processi produttivi.

LE STRATEGIE DI PREZZO COME CHIAVE DI VOLTA DELL’EXPORT ITALIANO
Un elemento rilevante dei processi d’impresa è costituito dalle politiche di prezzo sui diversi mercati, rispetto alla concorrenza estera. Come spiega Beniamino Quintieri, presidente della Fondazione Manlio Masi, <<l’evidenza più recente indica un marcato aumento dei valori medi unitari (che approssimano i prezzi medi) delle esportazioni italiane. Questo fenomeno è stato particolarmente consistente proprio nei settori tradizionali nei quali risulta maggiore la concorrenza di Paesi come Cina, India e Vietnam; a testimonianza del fatto che le imprese hanno un potere di mercato in virtù della qualità dei loro prodotti>>.
Queste imprese sarebbero quindi in grado non solo di discriminare tra prezzi interni ed esterni, ma anche di seguire strategie di prezzo differenti nei singoli mercati, andando a ricercare nuovi sbocchi nei mercati esteri e cogliendo gli effetti della crescita della domanda per beni di elevata qualità, anche nei paesi emergenti.
Dalla ricerca emerge che a presentare un prezzo mediamente più elevato sono prevalentemente i beni italiani esportati nei paesi extra-Europei e in particolare nell’Estremo Oriente (Giappone, Corea del Sud), negli Stati Uniti, in Russia, ed in alcuni importanti mercati emergenti come quello cinese e quello brasiliano.

Ad esempio, nel mercato russo i prezzi praticati dagli esportatori italiani nei comparti tradizionali (abbigliamento, calzature, arredo, vino) risultano essere dal 30% al 200% superiori rispetto alla media delle esportazioni italiane di quei settori. Ciò è particolarmente rilevante dal momento che in molti di questi settori, la posizione italiana rispetto ai concorrenti si è andata sempre più rafforzando nel corso degli ultimi anni.
Prezzi più bassi rispetto a quelli praticati nel mondo si rilevano al contrario sui 3 mercati europei, dove la concorrenza per il nostro export si è andata facendo più intensa: Germania, Francia e Spagna. In questi tre paesi, i prezzi attuati dalle nostre imprese esportatrici sono mediamente più bassi rispetto a quelli praticati nel resto del mondo di circa il 20%.
Per quanto riguarda i fattori che potrebbero determinare tale differenziazione nei prezzi di esportazione per mercato, dalla ricerca emergono una serie di indicazioni. In particolare:
i beni a prezzo più elevato si esportano nei paesi relativamente più ricchi (con un PIL pro-capite più elevato), oppure in paesi meno avanzati con un’alta concentrazione dei redditi nelle fasce più abbienti della popolazione
i beni esportati in mercati geograficamente più lontani (Asia) o di maggiori dimensioni mostrano un prezzo mediamente più elevato. Ciò è probabilmente dovuto al fatto che soltanto le imprese più grandi, strutturate e con produzioni di maggior qualità sono in grado di accedere a questi mercati di sbocco, fronteggiando con successo la concorrenza dei paesi emergenti.
a parità di altre condizioni nei mercati in cui esistono barriere tariffarie, i produttori tendono a ridurre i prezzi di esportazione per poter essere competitivi in tali regioni.
le imprese italiane sembrano modificare le proprie strategie di prezzo in base all’andamento del tasso di cambio. Negli ultimi anni, quindi, i produttori del Made in Italy hanno ridotto i loro margini unitari di profitto in alcuni paesi esterni all’area euro (Stati Uniti in primo luogo), per sopperire alla perdita di competitività dovuta all’apprezzamento della moneta comune.

Per quanto concerne le motivazioni per adottare prezzi più alti, c’è ovviamente la consapevolezza della presenza di una classe di nuovi ricchi in Russia che mostra particolare interesse nei confronti dei beni di lusso e di alta qualità provenienti dal mercato italiano (per il 37,5% delle aziende).
In Asia, invece, il principale motivo del prezzo più elevato è rappresentato dai costi legati all’entrata ed alla permanenza su quei mercati (58%), mentre il target dei consumatori di alta fascia rappresenta ancora solo l’8% . Ciò può in parte dipendere dalla lontananza non solo geografica della Cina dall’Italia, ma anche e soprattutto da una sostanziale differenza culturale.
Segue parte3…

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