Basta con i ‘non luoghi’,  meglio puntare su un’architettura naturale a km zero.

Bisogna diffondere i principi di un’architettura naturale, a Km zero, che tenga conto dell’ambiente, inteso non solo come ‘salute del pianeta’ ma anche come legame con il territorio, della qualità della vita e della salute delle persone. Un’architettura sostenibile a 360 gradi che ”non può essere basata su criteri universali” perché deve tenere conto anche del contesto in cui viene inserita. E’ importante il ”rispetto di inserimento ambientale e di regionalismo”.

A invocare nuovi criteri del costruire sostenibile è Gianni Cognazzo, presidente dell’Anab, l’Associazione nazionale architettura biologica. Spiega Cognazzo, ”Oggi c’è un’evoluzione dell’architettura in legno. Ben venga, ma non possiamo pensare di costruire le case di Heidi ovunque. L’architettura universale dà origine ai ‘non luoghi’ dove le persone non sanno più dove sono, si spersonalizzano i luoghi con le loro caratteristiche e tradizioni”. La sostenibilità in architettura, invece, tiene conto dai materiali, di come risparmiare energia e di conseguenza della salute dell’ambiente e delle persone. ”Una filiera controllata, dove so da dove provengono i materiali, se il legno è certificato ed evitando i trasporti”.

Insomma, “un’architettura a chilometro zero” come avviene per gli alimenti. Ma, avverte Cognazzo, ”è importante distinguere la bioarchitettura dalla bioedilizia. Quest’ultima contempla l’utilizzo efficiente dei materiali mentre la bioarchitettura si occupa del giusto inserimento delle opere edilizie nel contesto urbano ed ambientale”. Edifici di 30 piani rispettosi dell’ambiente me costruiti nel pieno centro cittadino, dunque, sono da condannare? ”Non sono contrario a priori alle verticalizzazioni” risponde il presidente Anab sottolineando che ”il vero problema è la pulsione alla progettualità, ossia quando si pensa prima di tutto a soddisfare il proprio ego e non l’utente”.

Torino, ad esempio, ”è caratterizzata da 2 verticalità, la Mole Antonelliana, simbolo della città, e la Torre Littoria, nata per contrastare simbolicamente il potere monarchico”. Fatte queste due eccezioni, ”urbanisticamente Torino è tutta bassa ma tra poco in pieno centro nascerà il grattacielo di Renzo Piano progettato per Intesa Sanpaolo che rappresenterà i nuovi reali, ossia le banche e la finanza”. A questi tipi di progetti ”sono contrario, perché non tengono conto di quello che c’è intorno. Togliendo il diritto alla luce agli edifici adiacenti”. Per Cognazzo, dunque, ”bisogna ricostruire un intero sistema. Non bisogna pensare solo al contenitore ma anche al contenuto, ossia alla salute delle persone. Il primo pensiero deve essere l’utente del nostro progetto”.

Nelle società industriali, ”le persone trascorrono fino al 95% della loro esistenza in luoghi chiusi e, oggi più che mai, le persone si ammalano di ‘sindrome da edificio malato’ che porta allergie, disturbi del sonno, problemi respiratori e altro ancora. Dobbiamo garantire la salute”. Nelle riviste moderne, invece, ”si fa un uso spropositato del bianco, che originariamente era il colore della pazzia, e del nero, che rappresenta il lutto, il contenimento a qualsiasi stimolo. Ci troviamo così ad affrontare situazioni anaffettive e a fare i conti con un’agm, un’architettura geneticamente modificata”. Dal punto di vista tecnologico, conclude, ”abbiamo fatto degli enormi passa in avanti ma siamo regrediti a livello culturale. Bisogna ridare il giusto peso ai legami e agli effetti”.

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