Michele Gambino nasce a Siracusa, ma è a Catania che inizia la sua carriera nel 1980, prima con il “Giornale del Sud” e poi con “I Siciliani”, entrambi diretti da Giuseppe Fava.

Iniziare a lavorare con un personaggio come Giuseppe Fava credo lasci un’impronta indelebile, qualunque cosa si faccia in futuro. Come vi siete conosciuti e quali sono stati i primi incarichi che le ha affidato?
«Volevo fare il giornalista, ma a Catania c’era un solo un quotidiano, in cui le assunzioni si trasmettevano come nelle monarchie, i padri lasciavano il posto ai figli. E io ero figlio di farmacisti. Fava tentò di rompere il monopolio fondando un secondo quotidiano, “Il giornale del Sud”. Mi presentai, fui preso in prova e pochi giorni dopo fui assunto in cronaca».

Il  “Giornale del Sud” si proponeva di «realizzare giustizia e difendere la libertà» come scrisse Fava in un articolo “Lo spirito di un giornale”  pubblicato nel 1981.
«Fava aveva un concetto etico del giornalismo: in quegli anni in Sicilia era in corso una lotta aspra tra la mafia e i suoi potenti alleati da una parte, e la parte sana delle istituzioni dall’altra. Per il mio direttore il giornalismo doveva schierarsi apertamente, denunciando la corruzione, svelando le complicità, illuminando le zone buie. Un giornale che rinuncia a questo compito, scrisse, “si fa carico di vite umane”. Era il contrario del giornalismo curiale, fariseico, omertoso, che veniva praticato dalle altre testate, tutte in mano ai potentati economici e massonici».

Ricordiamo che in quel periodo il giornale riuscì a denunciare le attività di Cosa Nostra, attiva nel capoluogo etneo soprattutto nel traffico della droga. Quanto è stato difficile in quegli anni perseguire gli obiettivi invocati da Fava?
«Alla Catania di quegli anni si attaglia perfettamente una bellissima immagine di Pascal: “C’era abbastanza luce per chi vuol vedere e abbastanza tenebra per chi non vuol vedere”. Tutti potevano scorgere l’intreccio tra poteri legali e illegali, ma noi fummo i primi  a fare i nomi dei boss mafiosi, in una città che ufficialmente viveva sull’illusione che la mafia fosse a Palermo e a Trapani, non a Catania, malgrado i cento morti ammazzati ogni anno. Era difficile, ma anche esaltante. Il gruppo della cronaca di cui facevo parte, età media 22 anni, lavorava giorno e notte, con la precisa sensazione di scrivere per la prima volta la storia criminale della città. Questo ci portava a fare molti errori, ma anche a raccontare le cose che molti conoscevano, ma che nessuno aveva mai raccontato».

Dopo un attentato scampato e varie minacce, Fava fu licenziato da quel giornale e la redazione occupata da voi giornalisti. La gente vi appoggiò nella protesta?
«Nel 1981 non esisteva una società civile antimafiosa a Palermo, figuriamoci a Catania. Eravamo dei pionieri, come tali condannati ad una certa romantica solitudine».

Insieme avete fondato il mensile “I Siciliani” partendo da zero. Crede che ai giorni nostri esista ancora la possibilità di creare un giornale indipendente come quello, capace di andare contro politici e imprenditori senza piegarsi?
«“I Siciliani” fu il risultato di uno straordinario incrocio di elementi, secondo me difficilmente replicabile: un direttore fuori del comune come Giuseppe Fava, una redazione di giornalisti giovanissimi ma molto preparati e splendidamente guidati dal loro direttore. E intorno a noi una Sicilia mai raccontata: fino a quel momento gli intrecci tra mafia, massoneria, politica e imprenditoria, erano stati raccontati episodicamente dagli inviati del grandi giornali del nord. Loro arrivavano, illuminavano un pezzo della bestia e ripartivano. Noi prendemmo la bestia per il collo, svelando nomi, complicità e affari di un sistema che aveva bisogno del silenzio per prosperare. Non saprei contare quanti appalti e finanziamenti illeciti furono svelati dalle nostre inchieste, quanti amici della mafia mandammo in galera. La reazione arrivò con l’omicidio del direttore, nel 1984, ucciso dagli uomini del boss Santapaola su “invito” di gente che stava ben più in alto di lui. Noi andammo avanti ancora per tre anni, sostenuti dalla solidarietà della gente comune, ma circondati dalla ostilità del potere. Senza il direttore eravamo solo dei ragazzi, e alla fine fummo costretti a chiudere e a scappare alla spicciolata da Catania».

Fava era anche uno scrittore, un drammaturgo e uno sceneggiatore, ricordiamo il film  “Palermo or Wolfsburg”, Orso d’Oro a Berlino nel ’80. Quanto del suo modo creativo di scrivere si è istillato nel suo stile giornalistico?
«Il direttore scriveva in maniera magistrale, ogni suo articolo era uno straordinario romanzo breve. Da lui ho imparato a “mettere in scena” i personaggi della storia che racconto, a descriverli in modo che il lettore possa immaginarli, a utilizzare piccoli dettagli per illuminare grandi verità. E’ stato un maestro impagabile».

Nel 1996 ha vinto il premio di giornalismo “Ilaria Alpi” per i suoi reportage dall’Afghanistan occupato dai Taliban. Ilaria Alpi fu uccisa mentre si trovava a Mogadiscio come inviata del TG3 per seguire la guerra civile somala e per indagare su un traffico d’armi e di rifiuti tossici illegali in cui probabilmente la stessa Alpi aveva scoperto che erano coinvolti anche l’esercito ed altre istituzioni italiane.
«Quello che distingue i grandi giornalisti è la capacità di mettere insieme pezzi sparsi di una storia per comporre un quadro d’insieme. Ilaria aveva questa capacità, e per questo, anche nelle condizioni difficili in cui lavorava in Somalia, riuscì a trovare i fili del grande gioco che legava i signori della guerra locali a pezzi dei nostri servizi militari e della nostra politica. Uno sguardo sulle cose che purtroppo le costò la vita».

Ha mai avuto paura mentre si trovava nei territori di guerra?
«La paura è una condizione necessaria in certe situazioni, ti conferisce la prudenza necessaria per non finire ammazzato. Io ero abbastanza in grado di controllarla nel momento dell’azione per poi mettermi a tremare quando tutto era finito. Poi diciamo una fastidiosa verità: la guerra, quando la vivi dall’interno per un lungo periodo, finisce per essere un gioco; terribile, pericoloso, stupido, ma anche incredibilmente eccitante. Quando capisci questo devi smettere, e così ho fatto io».

Dal 1990 fino alla chiusura, è stato l’inviato di punta e nell’ultima fase il condirettore del settimanale “Avvenimenti”. Prestigiosa rivista nata nel 1989, inizialmente doveva chiamarsi “No”, per sottolineare l’inequivocabile posizione di dissenso su quanto accadeva nell’Italia della fine degli anni ottanta. Come ricorda quel periodo?
«Dopo quella de “I Siciliani” è stata la stagione più esaltante della mia storia professionale. Ero in un giornale libero, con grandi professionisti e con i lettori come soli azionisti-editori: ho potuto realizzare decine di reportage da tutto il mondo, inchieste senza censure su mafia, massoneria, potere politico ed economico. Auguro a ogni giovane giornalista di vivere la professione con la stessa libertà di pensiero e di azione che io ho potuto esercitare per un lungo tratto. Magari gli consiglierei di prendere meno querele».

Ora la rivista si chiama “Left”, ed esce ogni sabato con “L’Unita”. Ha mai pensato di tornare a lavorarci?
«Ogni storia ha un inizio e una fine. Questo “Left” non ha nulla a che fare con “Avvenimenti”. E io stesso somiglio poco al giornalista che ero, pieno di energia e convinto di cambiare il mondo».

E’ stato autore televisivo di svariati programmi, uno fra tutti, “La Vita in Diretta”. Come è stato passare dal giornalismo impegnato a temi più soft, anche se incentrati sulla cronaca?
«Fu una scelta dettata dalla necessità, e all’inizio per me abbastanza sofferta. Ma oggi posso dire che il passaggio dal giornalismo impegnato alla grande informazione popolare di Rai1 ha accresciuto il mio bagaglio professionale. Lavorando insieme a raffinati conoscitori del mezzo televisivo come Daniel Toaff e Walter Preci, e a grandi giornalisti come Lamberto Sposini, ho imparato a fare una tv che non era nelle mie corde, e mi sono anche divertito».

Ora lavora ad H24, una società di produzione televisiva, ma non scrive, se non sbaglio coordina un gruppo di operatori che si occupa di riprendere i fatti più importanti che accadono in Italia per inviarli in diretta sui principali siti, come quelli del Corriere della Sera e del Sole 24ore. Si sente stimolato questa svolta professionale?
«Con H24 abbiamo puntato sull’informazione on line, e in particolare sulla diretta televisiva. Il mestiere di giornalista sta cambiando velocemente, ormai il più delle volte ci riduciamo a raccontare cose che tutti hanno già visto senza mediazioni su youtube: da detentori della notizia saremo quindi costretti a trasformarci in organizzatori di un flusso di immagini generato da una miriade di soggetti. Quando facevo l’autore in Rai, e commissionavo una diretta al mio inviato da un tal posto, si spostavano due furgoni, una parabola satellitare, decine di persone. Qui facciamo le stesse cose con un’attrezzatura che sta tutta in uno zainetto. Cerchiamo di arrivare per primi dove accadono le cose e poi lasciamo parlare le immagini. Hai presente l’inviato della tv tradizionale che si piazza davanti alla telecamera e dice: “Buonasera, alle mie spalle…” e comincia a parlare? Ecco, noi diciamo: se qualcosa avviene alle tue spalle, caro giornalista, spostati e lasciacela vedere».

I suoi articoli e i suoi saggi hanno sempre il sapore del racconto, a volte i protagonisti sembrano muoversi su un palcoscenico. Ha mai pensato di scrivere una sceneggiatura o un romanzo?
«Ho scritto un paio di sceneggiature, ma il percorso produttivo dallo scritto al film è una faccenda complessa, e nel mio caso non è mai arrivato alla fine, si vede che non erano buone sceneggiature. In quanto al romanzo, non esiste italiano col diploma di liceo classico che non ne abbia uno nel cassetto, e io non faccio eccezione. Ma un editor una volta mi ha detto: a parte Hemingway, i grandi scrittori sono persone che inventano storie perché hanno vite poco movimentate. Io ho avuto una vita movimentata, e purtroppo non sono Hemingway».

di Raffaella Ponzo

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